Dibattito Pubblico: appuntamento l’8 luglio all’Aquila al Festival della Partecipazione

incontro finale DP Livorno

Un articolo di Pagina99 intitolato La strategia della persuasione: il débat public secondo Delrio” ha scatenato nei giorni scorsi accese discussioni nei blog e sui social a causa dell’uso apparentemente ambiguo del termine “persuasione”. Discussioni simili erano frequenti durante il lungo periodo di elaborazione della prima legge sulla partecipazione della Regione Toscana, ogni volta che cittadini e rappresentanti di comitati sentivano pronunciare dagli esperti definizioni poco comprensibili e “sospette” come Consensus Building o Alternative Dispute Resolution.

Eppure è proprio nel suo potere persuasivo, nel suo essere strumento dialogico, che risiede la carica innovativa (e la potenzialità) del Dibattito Pubblico alla francese introdotto con l’art. 22 del nuovo Codice degli appalti. Non un referendum tra i SI e i NO di cui a volte ci si pente, non una raccolta di osservazioni e contributi da parte di “addetti ai lavori”, non una consultazione unidirezionale, ma una discussione pubblica informata e argomentata.

Perché non si dovrebbe cercare di risolvere i conflitti? Perché chi vuole realizzare un’opera non dovrebbe cercare di persuadere i cittadini della necessità di una scelta? Perché i cittadini non devono avere la possibilità di convincere chi governa che una scelta è sbagliata e va corretta? Il verbo “persuadere” implica il desiderio di far cambiare idea a qualcuno attraverso il convincimento: non chiedendo la fiducia ma spiegando le questioni in modo comprensibile, motivando bene le ragioni delle scelte, illustrando i motivi che hanno portato a scartare le alternative. Ma implica anche ascoltare con pazienza le voci di chi la pensa diversamente e cercare di comprenderne a fondo le ragioni. E poi magari, durante il percorso, accorgersi che esiste una soluzione migliore.

E se poi, alla fine del Dibattito Pubblico, il proponente non raccoglie nulla degli esiti delle discussioni? Beh, allora deve essere proprio un blocco di marmo o duro d’orecchi, dato che la legge (nel caso della Toscana, dove il Dibattito Pubblico è già normato) lo obbliga a partecipare a tutti gli incontri pubblici! L’esperienza insegna che efficacia dei processi partecipativi non sta nella carta ma nella pratica.

La questione delle contestazioni ambientali e dell’evidente inefficacia dell’approccio tecnocratico e dirigista è stata approfondita anche in una recente intervista di ARPAT al dott. Antonio Floridia, responsabile del Settore Politiche per la partecipazione della Regione Toscana, che giustamente osserva: “I cittadini, mettiamo, non vogliono un termovalorizzatore: che si fa? “aboliamo” i cittadini? sottraiamo ogni decisione scomoda alle procedure democratiche? deleghiamo tutto ai “tecnici”? o, piuttosto, non troviamo il modo di discutere con quei cittadini, cerchiamo di coinvolgerli in qualche modo nella decisione, provando a convincerli e a persuaderli?

Di queste cose si parlerà l’8 luglio 2016 al Festival della Partecipazione dell’Aquila, con i promotori del Dibattito Pubblico  sul Porto di Livorno e con Ilaria Casillo, vicepresidente della commissione del Débat Public del governo francese, al tavolo tecnico organizzato da Giovanni Allegretti (Autorità per la garanzia e la promozione della Regione Toscana) in collaborazione con AIP2 Italia.

Per raccogliere i contributi, anche di di chi non riesce a venire, è stato aperto un apposito “tavolo virtuale” nella sezione: Gruppi di discussione.

5 Comments
  1. Chiara 3 anni ago

    Ciao Chiara, grazie per questo articolo e per il richiamo all’intervista del Prof. Floridia. Continuo a pensare che il termine “persuasione” sia profondamente inadatto per un contesto di riflessione e ascolto reciproco. E rispondo citando un altro paragrafo tratto dalla stessa intervista a Floridia:
    <>
    La consapevolezza della complessità che c’è dietro a qualsiasi scelta presuppone la necessità di condividere rischi e responsabilità con gli altri, accettare le diversità di opinioni e i conflitti, motivare e riflettere, alimentare la critica e il dubbio sempre. Puo’ esistere una decisione in grado di far vincere tutti, ma non sempre ci sono le condizioni per riuscire a costruirla. In tutto ciò, trovo davvero poco spazio per la parola “persuadere”.

    • Chiara 3 anni ago

      Questo il paragrafo dell’intervista al quale facevo riferimento:

      Bisogna subito intendersi sulle parole: “deliberazione” non vuol dire, come comunemente si intende, “decisione”, ma indica la fase della discussione che precede la decisione, il momento in cui si soppesano i pro e i contro, si esprimono e si valutano i propri e gli altrui argomenti, si chiariscono meglio i termini del problema e del possibile conflitto, si ricercano soluzioni condivise o reciprocamente accettabili. Ispirarsi a questa visione della democrazia nella costruzione delle politiche pubbliche significa molte cose, ma una soprattutto: essere consapevoli che nemmeno il più illuminato policy-maker, e nemmeno il migliore staff di esperti, può presumere di poter racchiudere nella propria visione strategica tutte le infinite variabili che oggi concorrono a definire una decisione pubblica, dalla più complessa a quella apparentemente più semplice.

  2. Alfonso 3 anni ago

    D’accordo con le specifiche che faceva Chiara Porretta sulla declinazione del concetto di deliberazione, che rimane un approccio di tipo normativo, nel senso di indirizzo, di orientamento anche performativo della democrazia e di un modalità di confronto, che non necessariamente, tra l’altro, porta ad una decisione o soluzione condivisa. Rimane molto centrale, al di la del metodo, la possibile di accedere, soprattutto in Italia, al cosidetto problem setting, della possibilità cioè, di confrontarsi e discutere della opportunità di fare e realizzare o meno un’opera, di realizzare un data idea progettuale che ha finalità e condizioni riconducibili ad un punto di vista di parte, ecc..

    Nel Dibattito pubblico, nello specifico, è importante che si garantiscano almeno 4 componenti che possono fare la differenza sui risultati e sull’efficacia del processo:
    a) condizioni e possibilità di sviluppare forme di esplorazione dei problemi, delle questioni poste nelle varie fasi;
    b) valutare il fattore tempo: stiamo dando il tempo giusto al processo attivato?;
    c) l’attenzione all’inserimento di forme di partecipazione pubblica in tutto il ciclo di una politica pubblica, soprattutto nella fase, che generalmente è più critica e anche sottovalutata, dell’attuazione e della valutazione ex-post;
    d) la chiarezza e certezza del fatto che gli esiti del processo partecipativo siano utilizzati, magari sviluppando, appunto, anche forme esplorative e se possibile, di mediazione, al fine di condividere almeno alcuni orientamenti decisionali. Rendere il processo partecipativo e i suoi risultati, un contesto in cui ci si possa riconoscere, seppur in parte, in cui i partecipanti ritrovano “parti” della propria identità, delle propria esistenza, effetti della loro mobilitazione e coinvolgimento.

    Rispetto al tema dei conflitti ambientali e dei processi decisionali pubblici, penso che in Italia manca ancora, soprattutto a livello politico, istituzionale ma anche di scienza applicata, quella consapevolezza che fa prendere atto che è necessario favorire e valorizzare la possibilità di intervento dei cittadini comuni nella vita pubblica. Le tematiche ambientali e di gestione del territorio, per l’appunto, assumono i tratti di “problemi comuni”, cioè, temi rispetto ai quali c’è un diffuso senso di coinvolgimento proprio per ciò che mettono in gioco: interessi, possibili impatti anche sulla propria salute, il come ci definiamo i problemi, le priorità, principi e valori, modi di intendere la realtà e lo sviluppo, ecc… e per questo è del tutto legittima la richiesta da parte delle varie comunità locali e del mondo dell’associazionismo di essere parte in causa nelle valutazioni e nelle scelte che vengono proposte o decise per i territori ai vari livelli.

    In ogni decisione politica non esiste un punto di vista “giusto” ed uno “sbagliato”, ma una pluralità di valori ed interessi, che dovrebbero essere tutti analizzati.
    Per esperienza anche diretta, frequentemente i partecipanti ai comitati nel corso del periodo di attività, rappresentano una conoscenza dei luoghi e dei fenomeni difficilmente accessibile agli esperti, e sviluppano quello che è stata chiamata “salita in generalità” (Boltanski, 1990), cioè un allargamento anche tematico e dei principi: rivendicazioni più orientate alla qualità della vita, un richiamo più esplicito alla tutela di diritti fondamentali, un diverso modo di concepire, ad es., la gestione del ciclo dei rifiuti, una diversa concezione dello sviluppo, la presentazione di possibili soluzioni alternative, un recupero e una riscoperta del significato e della rilevanza dei luoghi in cui si vive, ecc..

  3. Alberto 3 anni ago

    Chiara (Pignaris) scrive:
    “..E se poi, alla fine del Dibattito Pubblico, il proponente non raccoglie nulla degli esiti delle discussioni? Beh, allora deve essere proprio un blocco di marmo o duro d’orecchi, dato che la legge (nel caso della Toscana, dove il Dibattito Pubblico è già normato) lo obbliga a partecipare a tutti gli incontri pubblici! L’efficacia dei processi partecipativi non sta nella carta ma nella pratica…”

    Concordo (“la pratica val più della grammatica”) anche perché credo poco, come ben sapete alle “carte”, “protocolli”, etc. e sono anche convinto, per andar per proverbi, che “fatta la legge, trovato l’inganno”, cosa che mi porta a credere poco anche alle regolamentazioni per legge (leggi che comunque è bene che ci siano e che siano buone e POCHE!). Penso, per dirla molto sinteticamente, che il centro della questione non sia la “lettera” della legge sul Dibattito Pubblico, ma la “volontà politica”, l’attenzione e la correttezza dei proponenti le opere sottoposte a DP. Quindi per tornare alle parole di Chiara (Pignaris), di “blocchi di marmo” è piena strada (amministratori, imprenditori, partiti…e anche cittadini, organizzati o meno), il tema quindi che secondo me va affrontato sono i “rapporti di forza” che si creano nelle realtà territoriali e che possono/devono(?) influenzare la qualità, la coerenza e la correttezza del DP, come di qualsiasi altro processo partecipativo. Penso, in conclusione che quello che deve cambiare è il rapporto cittadini-decisori (ho scoperto l’acqua calda!!); altrimenti gli strumenti più belli, le leggi più corrette, le metodologie di coinvolgimento più “nuove ed efficaci” non potranno far sì che il coinvolgimento dei cittadini sia effettivo ed efficace. Qualsiasi meravigliosa invenzione “metodologica”, qualsiasi legge “innovativa” e “partecipativa” potrà essere usata, da parte dei proponenti e dalla “politica”, in maniera strumentale per solo “comunicare”, “persuadere” o addirittura “farsi belli” all’avvicinarsi di qualche elezione…

    P.S.
    Un tema che mi è caro e che vorrei affrontare è come coinvolgere negli approfondimenti che facciamo, nelle analisi sulla partecipazione, sui suoi risultati e presupposti, punti di vista “altri”, diversi di quelli di chi della partecipazione fa, legittimamente s’intende, attività professionale, e trae comunque un qualche vantaggio indipendentemente da quale sia l’atteggiamento dei proponenti e l’attenzione ai risultati dei processi partecipativi.

  4. Alberto 3 anni ago

    Non pensate che queste considerazioni iniziate con l’intervento di Chiara pignaris dovrebbero convergere nel gruppo di discussione sul Dibattito Pubblico aperto da Fedele?
    come si fa a non sdoppiare, non disperdere, la conversazione?

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