• Massimo è entrato nel gruppo Logo del gruppo di Dibattito PubblicoDibattito Pubblico 2 anni, 10 mesi fa

    • Cari amici, ho evitato di sovraccaricare la casella di Giovanni Allegretti con i sensi della mia gratitudine e della mia stima, che l’interessato ben conosce, proprio perché forgiate da un ormai antico e dialettico scambio di idee e posizioni “in corso d’opera”. Alle giornate aquilane io purtroppo, come Giovanni sa, non ho potuto assistere per un forzoso e doloroso vincolo familiare. Ma, pur da non specialista della tematica, ho comunque seguito la cosa sui media nei limiti del possibile. E mi è parso un evento molto importante e assai ben riuscito. E, aggiungo, molto, forse troppo confortante: d’altra parte, ce lo inventiamo a tale scopo, oltre che per apprendere qualcosa di nuovo, questo genere di incontri. Dunque, grazie e complimenti di cuore ma con un minimo di cautela. Lo dice uno che un tentativo di dibattito pubblico, per quanto non canonico, lo ha imbastito in quel di Castelfalfi e con qualche successo e senza alcun supporto normativo, ancorché in anni ormai remoti (e che non a caso Giovanni mi aveva invitato a riesumare per l’ennesima volta: per altro il progetto è in fase di conclusione realizativa e il monitoraggio civico – sul più importante investimento privato nella Toscana del dopoguerra – si manifesta a cadenza semestrale). Oggi dobbiamo scegliere: vogliamo attestarci su una testimonianza etica (…al netto di qualche più che legittima lucrosità professionale) oppure vogliamo impegnarci in una vera politica istituzionale, degna di qualificazione costituzionale? Vogliamo esserne promotori e qualitativamente garanti, ovvero entusiasti evocatori? E’ questo il dilemma che ci propone Luigi Bobbio quando evidenzia la scarsa attendibilità dell’iniziativa legislativa attivata sin qui in materia. Alla quale io aggiungo la mediocrissima esperienza della legislazione vigente nel contesto italiano: …critichiamo pure la Francia (…anche se una riflessione un po’ più plurale e un po’ meno soggettiva non guasterebbe) ma il caso toscano è lì a dimostrare che il dibattito pubblico è un mero esercizio stilistico laddove sia chiamato a misurarsi con la durezza di conflitti reali. Giacché, in tali casi, semplicemente non si dà: non a caso nel ventaglio delle issues toscane (e di quelle italiane con le quali le prime interagiscono funzionalmente – Tav e aeroporto in primis) il dibattito pubblico è stato “rimosso” ai margini dell’agenda regionale, …eppure, un legislatore abbondantemente sollecitato dalla “nostra” (parlo ai più anziani del “club”) capacità di pressione, ne aveva previsto perfino l’«obbligo» per gli interventi più tipici del conflitto territoriale. Insomma, un po’ di pessimismo della ragione dovrebbe preventivamente indurci a non fidare più del necessario nella capacità di regolazione sostanziale del principio di legalità e dunque della normazione legislativa, e a non ripetere gli illusionistici errori di un passato recente. Rispetto al quale dovremmo valutare con molta attenzione il clima politico-culturale nel quale ci stiamo muovendo, che è ben altro da quello in cui molti di noi hanno cominciato a riflettere e a proporre o ad artigianalmente sperimentare – come nel mio caso – in materia. Un cambiamento climatico che investe le strutture profonde dei regimi politici e di quelli sedicenti democratici in specie; la stessa nozione di partecipazione; i fondamenti di qualunque concettualizzazione operativa di cittadinanza (più o meno) attiva; la dialettica tra politica e politiche (….oltre che le forme di stato, di governo, di sovranità e di governance locale e translocale). E che sfida le fonti della legittimazione tanto delle élite politiche quanto delle politiche tout court. In una parola, prima di premere, pressare, strappare una qualche attenzione emendativa rispetto alle iniziative legislative formalmente (anche realmente?) in agenda (…e prima di rendersi involontariamente complici di retoriche politico-professionali contingenti), proviamo tra noi a dotarci di una seria teoria generale ad hoc, capace di reggere le sollecitazioni congiunturali e di immaginare, costruire e mobilitare modalità forti e nuove di “far politiche” in questo maledetto paese. E di penetrare nella sua cultura politica non solo ritualmente. Insomma, sarà fuori moda, ma proviamo a giocare agli intellettuali che pensano e poi “praticano”: senza avvinghiarsi a cassette degli attrezzi più o meno cosmopolite, né a procedimenti normativi apparentemente rassicuranti ma privi di copertura analitica e dunque di efficacia attuativa. Altrimenti, il dibattito pubblico resterà quel che è oggi in Italia: un pio desiderio o un accessorio buro-manipolativo. Per questo Vi proporrei una faticosa e densa giornata di studio, senza eventi né gratificazioni corporative o mediatiche o associative. L’Università di Firenze e il mio Dipartimento insieme alla Fondazione “Alberto Predieri” (http://www.cesifin.it/home.page) entro novembre p.v. lo farà comunque e coinvolgendo gli stessi legislatori e regolatori, che per primi ci indicano come del tutto ipotetiche le scadenze propalate: se lo facessimo insieme credo che sarebbe utile per tutti. Un caro saluto. mm.

      p.s.: scusatemi per la lunghezza, ma a L’Aquila non avrei detto di meno. mm.

      • Condivido il fatto di riuscire adeguatamente a contestualizzare la normazione sul DP, e comprendere come l’attuale clima e le dinamiche socio-politiche, economiche, ecc.., stanno ridefinendo tutti gli apparati concettuali e i principi su cui si basano, in primo luogo, le democrazie, ed i rapporti di potere. Anche le prassi di democrazia dal basso e l’attivismo civico vanno colte e interpretate e poste al centro della nostra riflessione contestualmente a come si sono presentati da decenni gli eventuali “oggetti” da trattare con il DP (mi considero tra quelli più “anziani” del club visto che mi sono confrontato con i processi partecipativi fin dai primi anni ’80)

        Qualsiasi metodo, comunque, che si propone per trattare questioni complesse, anche in termini di rilevanza e impatto nazionale o sovralocale, deve poter relazionarsi con la dimensione del problem setting, della possibilità cioè, di confrontarsi e discutere della opportunità di fare e realizzare un’opera, un progetto, ecc..
        Un approccio “rigido” ai metodi non sembra essere produttivo e del tutto efficace rispetto alla gestione della partecipazione soprattutto in situazioni complesse (non dobbiamo per forze giustificare il DP come metodo…). Teniamo sempre in considerazione il fatto che la scelta di un metodo, di un percorso, costituisce sempre una necessaria semplificazione della realtà in termini di analisi e attivazione delle risorse e componenti di quel dato contesto. Si sviluppa un artificio concettuale, una sorta di “inferenza procedurale” che hai dei limiti a monte: attraverso la presa in considerazione di alcune premesse (un progetto, la sua rilevanza, degli studi,…) conseguentemente definisco la procedura. Pur riconoscendo il valore della codificazione di un repertorio di metodi (la famosa “cassetta degli attrezzi”), sembra ragionevole assumere, di fondo, un approccio aperto e una capacità di contestualizzare le direzioni operative delle azioni partecipative. Ecco importante mantenersi nella logica delle LINEE GUIDA , con proposte non troppo semplificate, ma anche (come ci invita a fare Luigi Bobbio) non troppo ingessanti.